1) Pascal. Le lettere provinciali.
Riportiamo per intero la prima delle Provinciali, opera composta
da diciotto lettere, apparse anonime negli anni 1656-1657.
Quest'opera fu giudicata sovversiva dalle autorit francesi
dell'epoca e fu condannata al rogo nel 1657. Nello stesso anno
essa fu inserita nell' Indice dei libri proibiti. Alcuni
stampatori finirono anche in carcere. Quest'opera sovversiva,
che rivela le doti artistiche di Pascal e la sua verve polemica,
fu scritta a difesa di Antoine Arnauld, massimo teologo del gruppo
dei giansenisti di Port Royal. Essa ci aiuta ad immergerci nel
clima culturale di quell'epoca (sui problemi legati alla dottrina
della grazia: vedi Introduzione al Capitolo Quinto).
B. Pascal, P rovinciali, 1 (pagine 150-151).

Prima Lettera scritta a un provinciale da uno dei suoi amici.

Parigi, 23 gennaio 1656.

Signore,.

Ci eravamo ben ingannati. Io ho aperto gli occhi soltanto ieri.
Sin allora avevo creduto che l'oggetto delle discussioni della
Sorbona fosse molto importante, e grave di conseguenze per la
religione. Tante adunanze di un connesso cos celebre come la
Facolt di teologia di Parigi, e dove son avvenute tante cose
talmente straordinarie e senza esempio, ne fa concepire un'idea
cos elevata che pare impossibile che non vertano su di un
soggetto straordinario.
Pure, resterete assai stupito quando saprete, da questo mio
racconto, a che si riduce tanto chiasso: ed  quel che vi dir in
poche parole, dopo essermene accuratamente istruito.
Si discutono due questioni: l'una di fatto, l'altra di diritto.
Oggetto della prima  di sapere se il signor Arnauld sia temerario
per aver affermato, nella sua seconda lettera, che ha letto con
gran cura il libro di Giansenio, ma non vi ha trovato le
proposizioni condannate dal defunto papa; e che, nondimeno,
siccome condanna tali proposizioni dovunque si trovino, le
condanna anche in Giansenio, se ci sono.
Si tratta di sapere se egli abbia potuto, senza temerit,
significare cos che dubita che quelle proposizioni siano di
Giansenio, dopo che i vescovi hanno sentenziato che lo sono.
La questione viene deferita alla Sorbona. Settantun dottori
prendon le difese del signor Arnauld, e sostengono che, a coloro
che con tanti scritti gli domandavano se pensasse che quelle
proposizioni siano in quel libro, egli non ha potuto dare altra
risposta fuor che non ve le aveva vedute, ma che, qualora vi si
trovino, ve le condanna.
Alcuni, anzi, spingendosi pi oltre, han dichiarato che, per
quanto ve le abbian cercate, non sono mai riusciti a trovarvele, e
che ne han trovate, anzi, di affatto contrarie; e han domandato
poi con insistenza che, se qualche dottore le avesse vedute,
volesse mostrargliele. Era una cosa tanto facile che non si doveva
rifiutarla, essendo un mezzo sicuro per ridurli al silenzio tutti,
compreso il signor Arnauld; ma  sempre stata loro rifiutata. Ecco
quanto  accaduto da questa parte.
Dall'altra, si son trovati ottanta dottori secolari e una
quarantina di frati mendicanti che han condannato la proposizione
del signor Arnauld, senza voler esaminare se quel che aveva detto
fosse vero o falso: dopo aver dichiarato, anzi, che si trattava
non gi della verit della sua proposizione, ma della sua
temerit.
Ve ne son stati, infine, quindici che non si sono dichiarati per
la censura, e che vengon chiamati `indifferenti'.
Ecco com' terminata la questione di fatto. Di essa non mi
angustio affatto: che il signor Arnauld sia temerario o no, non 
cosa cui la mia coscienza sia interessata. E se mi pigliasse la
curiosit di sapere se quelle proposizioni siano in Giansenio, il
suo libro non  n raro n cos grosso che non possa leggerlo per
intero per venirne in chiaro, senza consultare la Sorbona.
Ma, se non temessi di esser anch'io temerario, seguirei, credo,
l'opinione della maggior parte delle persone che frequento: che,
avendo creduto sin qui, sulla fede pubblica, che tali proposizioni
sono in Giansenio, cominciano ora a sospettare il contrario, a
cagione del bizzarro rifiuto di mostrarvele: che  tale che non ho
ancora trovato nessuno il quale mi abbia detto di avercele vedute.
Temo, pertanto, che la censura faccia pi male che bene, e susciti
in chi ne conosca la storia un'impressione affatto opposta alla
conclusione. Invero, la gente va diventando diffidente e crede le
cose soltanto quando le vede. Ma, ripeto, si tratta di un punto di
scarsa importanza, perch non riguarda la fede.
Molto pi considerabile sembra la questione di diritto, giacch
concerne la fede. Ho cercato quindi di informarmene con speciale
cura. Ma sarete molto contento di sapere che  cos poco
importante come la prima.
Si tratta di esaminare quello che il signor Arnauld ha detto nella
medesima lettera: la grazia, senza la quale nulla si pu, manc a
san Pietro nella sua caduta. A tal proposito si pensava, voi e
io, che si dovesse prender in esame i pi grandi princpi della
grazia: se sia concessa a tutti gli uomini oppure se sia efficace.
Sbagliavamo. In poco tempo sono diventato un grande teologo, e ne
vedrete subito delle prove.
Per sapere come stavano veramente le cose, mi recai a consultare
il signor N, dottore di Navarra, che abita vicino a me ed , come
sapete, uno dei pi zelanti contro i Giansenisti; e, poich la
curiosit mi rendeva ardente quasi quanto lui, gli domandai [prima
di tutto] se non avrebbero deciso formalmente che la grazie 
data a tutti gli uomini, in modo che non si avesse pi a
dubitarne. Ma egli mi respinse con rudezza, dicendomi che non si
trattava di ci; che tra i teologi della sua parte ce n'erano
alcuni che stimavano che la grazia non sia largita a tutti; che
persino gli esaminatori avevan detto in piena Sorbona che tale
opinione  problematica e che anche lui era dello stesso avviso.
E me lo conferm con questo testo, secondo lui famoso, di
sant'Agostino: Noi sappiamo che la grazia non vien data a tutti
gli uomini.
Gli chiesi scusa di aver frainteso la sua opinione; e lo pregai di
dirmi se non avrebbero condannato almeno quest'altra tesi dei
Giansenisti, che fa tanto strepito: che la grazia  efficace, e
determina la nostra volont a compiere il bene. Ma in questa
seconda domanda non fui pi fortunato che nella prima. Non ne
capite nulla, - mi rispose; - codesta non  un'eresia, ma
un'opinione ortodossa: tutti i Tomisti la professano, e anch'io
l'ho sostenuta nella mia Sorbonica.
Non osai pi manifestargli i miei dubbi; anzi, non sapevo pi dove
stesse il nodo del problema, quando, per venirne in chiaro, lo
supplicai di dirmi in che consistesse, allora, l'eresia della
proposizione del signor Arnauld. In questo, - mi disse: - che non
riconosce che i giusti hanno il potere di adempiere i comandamenti
di Dio nel modo in cui l'intendiamo noi.
Dopo questa spiegazione lo lasciai; e, orgoglioso di aver inteso
il nodo della questione, mi recai dal signor N, che gode ogni
giorno pi di ottima salute: tanto che pot condurmi da suo
cognato, il quale  un Giansenista, se mai ve ne furono, e,
nondimeno, un gran brav'uomo. Per essergli meglio accetto, finsi
di essere de' suoi e gli dissi: E' mai possibile che la Sorbona
introduca nella Chiesa questo errore: che tutti i giusti hanno
sempre il potere di adempiere i comandamenti? - Che dite? - mi
replic il mio dottore - Chiamate errore una dottrina
perfettamente cattolica, impugnata soltanto dai Luterani e dai
Calvinisti? - Come! non  codesta la vostra opinione? - No: noi
l'anatematizziamo come empia ed eretica.
Stupito di tale risposta, mi accorsi di aver fatto troppo il
giansenista, come prima ero stato troppo molinista. Ma, non
fidandomi interamente della sua risposta, lo pregai di dirmi in
confidenza se stimasse proprio che i giusti hanno sempre un
potere effettivo di osservare i comandamenti. Il mio uomo allora
si scald, ma di uno zelo devoto, e mi disse che per nessuna
ragione avrebbe mai dissimulato le proprie convinzioni: che era la
sua fede; e che lui e tutti i suoi amici l'avrebbero difesa sino
alla morte, come quella che era la pura dottrina di san Tommaso e
di sant'Agostino, loro maestro.
Egli me ne parl con tanta seriet da non lasciarmi ombra di
dubbio. Forte di questa certezza, me ne tornai dal mio primo
dottore e gli dissi, tutto soddisfatto, che ero sicuro che la pace
sarebbe presto tornata nella Sorbona; che anche i Giansenisti
ammettevano il potere dei giusti di osservare i comandamenti; che
me ne portavo garante io e che glielo avrei fatto sottoscrivere
con il loro sangue.
Piano! - mi disse: - bisogna esser teologo per vederne la fine.
La differenza che c' tra di noi  talmente sottile che noi stessi
riusciamo a mala pena a scorgerla: voi fareste troppa fatica a
intenderla. Accontentatevi perci di sapere che i Giansenisti
ammettono bens che tutti i giusti hanno sempre il potere di
osservare i comandamenti (non di questo disputiamo), ma non che
questo potere sia prossimo. Qui sta il punto.
Quella parola mi torn nuova e sconosciuta. Sino allora avevo
capito di che si trattava, ma quel termine di `prossimo' mi gett
nell'oscurit: e credo che sia stato inventato solo per imbrogliar
le cose. Gli domandai perci di spiegarmelo; ma egli me ne fece un
mistero e mi rinvi, senz'altra soddisfazione, ai Giansenisti, a
domandar loro se ammettessero tale potere prossimo. Caricai la
memoria di questo termine, perch alla mia intelligenza restava
affatto estraneo; e, per timore di dimenticarlo, mi recai
immediatamente dal mio Giansenista, al quale, dopo le prime
cortesie, chiesi senz'indugio: Ditemi, vi prego, se ammettete il
potere prossimo. Egli si mise a ridere, e mi disse freddamente:
Ditemi voi in qual senso lo intendete, e poi vi dir quel che ne
penso io. Poich le mie cognizioni non arrivavano a tanto, mi
vidi nell'impossibilit di rispondergli; tuttavia, perch la mia
visita non fosse inutile, gli dissi a caso: Lo intendo nel senso
dei Molinisti. A che il mio uomo, senza scomporsi: A quali
Molinisti mi rinviate?. Glieli offersi tutti in un mazzo, come
costituenti un solo corpo e conducentisi secondo il medesimo
spirito.
Ma egli mi disse: Siete assai poco informato. Costoro son tanto
poco della stessa opinione che ne hanno anzi di affatto contrarie.
Ma, essendo tutti uniti nel proposito di rovinare il signor
Arnauld, han pensato di accordarsi sul termine di `prossimo', da
pronunziare gli uni e gli altri insieme, pur intendendolo in
maniera diversa, cos da parlare uno stesso linguaggio e da
costituire, grazie a quest'apparente conformit, un corpo
considerabile e da ottenere la maggioranza, per abbatterlo a colpo
sicuro.
Tale risposta mi fece stupire; ma, - senz'accogliere le
insinuazioni sui cattivi disegni dei Molinisti, cui non volevo
credere sulla sola parola del mio interlocutore, e che, del resto,
non m'interessavano punto, - mi preoccupai soltanto di conoscere i
diversi significati ch'essi attribuiscono a questa misteriosa
parola: `prossimo'. Ma egli mi disse: Ve li chiarirei ben
volentieri; ma vi vedreste tale difformit e tante contraddizioni
che stentereste a credermi. Vi riuscirei sospetto. Ne sarete pi
sicuro apprendendolo da loro stessi; ve ne dar io gli indirizzi.
Basta che consultiate separatamente il signor Le Moine e il padre
Nicolai. - Non conosco nessuno dei due, - risposi. - Vedete allora
se mai conosceste qualcuno di quelli che vi nominer ora: sono
seguaci del signor Le Moine. Ne conoscevo, infatti, qualcuno.
Soggiunse poi: Vedete un po' se mai conosceste dei Domenicani,
chiamati nuovi Tomisti; son tutti come il padre Nicolai.... Tra
quelli che mi nomin, ne conoscevo egualmente alcuni: e, risoluto
a trar profitto dal suo consiglio e a venir a capo della faccenda,
lo lasciai e mi recai prima di tutto da un discepolo del signor Le
Moine.
Lo supplicai di spiegarmi che cosa significhi avere il potere
prossimo di fare una cosa. E' facile, - mi rispose -. Significa
avere tutto quello che  necessario per compierla, cos che nulla
manchi per agire.- Cos, - gli dissi - avere il potere prossimo di
passare un fiume, significa avere una barca, dei barcaioli, dei
remi e tutto il resto, in guisa che non manchi nulla. - Appunto. -
E avere il potere prossimo di vedere significa avere una buona
vista e trovarsi in pieno giorno. Perch, chi avesse la vista
buona, ma si trovasse al buio, secondo voi non avrebbe il potere
prossimo di vedere, dacch gli mancherebbe la luce senza la quale
nulla si pu vedere.- Dottamente. - Di conseguenza, quando dite
che tutti i giusti hanno sempre il potere prossimo di osservare i
comandamenti, intendete dire che hanno tutta la grazia necessaria
per adempierli, di guisa che da parte di Dio non manca loro nulla.
- Aspettate: hanno sempre tutto ci che  necessario per
osservarli o, quanto meno, per pregare Dio. - Capisco; hanno tutto
ci che  necessario per pregare Dio di assisterli, senza che per
pregare debbano ricevere qualche nuova grazia di Dio. - Appunto. -
Ma per pregare Dio non occorre una grazia efficace? - Secondo il
signor Le Moine, no.
Per non perder tempo, mi recai dai Giacobini; domandai di parlare
con coloro che mi erano noti come nuovi Tomisti, e li pregai di
spiegarmi che cosa significhi `potere prossimo'. Non  quello -
aggiunsi - a cui nulla manca per agire? - No, - mi risposero. -
Come! se gli manca qualche cosa, perch lo chiamate `prossimo'?
Secondo voi, per esempio, di notte e senz'alcuna luce un uomo
avrebbe il potere prossimo di vedere? - S, lo avrebbe: salvo che
non fosse cieco. -Ammettiamolo pure; ma il signor Le Moine intende
la cosa in tutt'altra maniera. - E' vero, ma noi non la intendiamo
cos. - E sia pure - replicai - perch io non disputo mai intorno
ai nomi, purch conosca qual significato si attribuisce loro. Ma
dalla vostra risposta arguisco che, quando dite che i giusti hanno
sempre il potere prossimo necessario per pregare Dio, voi
intendete che per pregare han bisogno di un altro ausilio, senza
il quale non pregheranno mai. - Cos va bene - mi risposero i miei
Padri, abbracciandomi, - cos va bene! A essi, infatti, occorre
inoltre una grazia efficace, la quale non  concessa a tutti e che
determina la loro volont a pregare. E negarne la necessit, 
un'eresia. - Benissimo, - replicai a mia volta, - allora, secondo
voi, i Giansenisti sono cattolici e il signor Le Moine eretico:
infatti, i Giansenisti dicono che i giusti hanno, s, il potere di
pregare, ma han tuttavia bisogno di una grazia efficace: che 
quel che sostenete voi; mentre il signor Le Moine afferma che, per
pregare, i giusti non han bisogno di alcuna grazia efficace:
opinione che voi condannate. - S, - mi risposero; - ma quel
potere il signor Le Moine lo chiama `potere prossimo'. - E che!
miei Padri, non  giocar con le parole dire che siete d'accordo
con lui perch usate gli stessi termini, quando poi differite nel
modo d'intenderli?.
Essi non risposero verbo. Sennonch, proprio in quel momento
capit l il mio discepolo del signor Le Moine, per una ventura
che allora credetti singolare; mentre ho saputo poi che i  loro
incontri sono tutt'altro che rari e che essi sono continuamente in
contatto gli uni con gli altri.
Dissi allora a costui: Conosco un uomo il quale sostiene che
tutti i giusti hanno sempre il potere di pregare Dio, ma che,
nondimeno, non pregheranno mai senza una grazia efficace che li
determini a farlo, e che Dio non concede sempre a tutti i giusti.
E' eretico. - Piano, - mi disse il mio dottore, - voi potreste
intrappolarmi. Procediamo, dunque, passo passo. Distinguo: se
costui chiama tale potere `potere prossimo'  Tomista e, quindi,
cattolico; altrimenti,  Giansenista e, quindi eretico. - Non lo
chiama n prossimo, n non prossimo. - Allora  eretico:
domandatelo a questi buoni Padri. Io non li presi per giudici,
perch essi annuivano gi. Ma dissi loro: Quel tale si rifiuta di
ammettere la parola `prossimo', perch gli si rifiuta di
spiegargliela. Allora, uno di quei Padri fece per darne la sua
definizione; ma fu interrotto dal discepolo del signor Le Moine,
il quale gli disse: Volete, dunque, che ricomincino le nostre
dispute? Non siamo forse rimasti d'accordo di non spiegare questo
termine di `prossimo', e di pronunziarlo gli uni e gli altri senza
precisarne il significato?. Al che il Giacobino annu.
Compresi allora le loro intenzioni; e, alzandomi per lasciarli:
In verit, - dissi, - miei Padri, ho una gran paura che tutto ci
sia pura sofisticheria; e, comunque vadano a finire le vostre
adunanze, oso predirvi che, anche se la censura sar pronunziata,
la pace non verr ristabilita. Poich, una volta stabilito che
bisogna proferire le sillabe pros, si, mo, chi non vede che, non
essendo state spiegate, ciascuno di voi vorr godere della
vittoria? I Giacobini diranno che vanno intese nel loro senso, il
signor Le Moine nel suo; e cos vi saranno molte pi dispute per
chiarire il termine che per introdurlo. A rigore, non si
correrebbe un gran rischio ad accoglierlo senz'attribuirgli nessun
significato, dacch esso pu nuocere soltanto per il senso che gli
vien attribuito; ma sarebbe indegno della Sorbona e della teologia
far uso di termini equivoci e capziosi, senza spiegarli. Comunque
sia, ditemi, vi prego, miei Padri, per l'ultima volta, che cosa
debbo credere per esser cattolico. - Bisogna - mi risposero tutti
in coro - che diciate che tutti i giusti hanno il potere prossimo,
facendo astrazione da qualsiasi significato: abstrahendo a sensu
Thomistarum et a sensu aliorum theologorum. - Cio, - dissi loro
accomiatandomi, - bisogna proferire codesta parola con le labbra,
per paura di esser eretico di nome. Giacch, infine, la parola
deriva forse dalle Scritture? - No. - , allora, dei Padri, o dei
Concili, o dei Papi? - No. - , dunque, di san Tommaso? - Neppure.
- Che necessit c', allora, di dirla, dato che non ha autorit,
n, per se stessa, alcun senso? - Siete ben testardo - mi dissero.
La direte, o sarete eretico, e messer Arnauld anche. Perch noi
siamo la maggioranza; e, se sar necessario, faremo venire tanti
Cordiglieri che la spunteremo.
Su questa solida ragione li ho lasciati, per scrivervi questa
relazione, dalla quale vedrete che non  in discussione nessuno
dei seguenti punti, che non sono condannati n da una parte n
dall'altra: 1) che la grazia non  concessa a tutti; 2) che tutti
i giusti hanno sempre il potere di osservare i comandamenti di
Dio; 3) che, tuttavia, per adempierli, come per pregare, essi
hanno bisogno di una grazia efficace, la quale determini la loro
volont; 4) che tale grazia non  data sempre a tutti i giusti, e
dipende soltanto dalla misericordia di Dio. Solo la parola
`prossimo' senza alcun senso determinato corre ancora pericolo.
Felici i popoli che la ignorano! felici quelli vissuti prima della
sua nascita! Perch io non ci vedo pi rimedio, salvo che i
signori dell'Accademia non bandiscano, con un atto di autorit,
quella barbara parola di Sorbona, causa di tante discussioni.
Altrimenti, la censura sembra sicura. Ma vedo che non produrr
altro male che quello di screditare la Sorbona, per un modo di
procedere che la priver dell'autorit che le  necessaria in
altri casi.
Vi lascio, intanto, libero di parteggiare o no per la parola
`prossimo', perch amo troppo il mio prossimo per perseguitarlo
con simile pretesto. Se questo racconto non vi spiace, continuer
a tenervi informato di tutto quello che succeder.
B. Pascal, Le Provinciali, Laterza, Bari, 1963, pagine 3-14.
